Transfer

Sono le 4 meno 10 del mattino, quindi essenzialmente non sono altre che le 3 e 50. Il che significa senza avventurarsi in calcoli particolarmente difficili che ho dormito meno di tre ore questa notte, contando il tempo che impiego di solito ad addormentarmi. Fa niente. È ora di alzarsi. In realtà, sono in anticipo sulla tabella di marcia di ben quindici minuti. La mia sveglia era puntata per le 4 e 5. Già, abbastanza presto, abbastanza una levataccia. Fa parte del pacchetto avventura. Fa parte del trovarsi in un paese straniero senza internet, con un telefono che non funziona nemmeno per chiamare un taxi e la metropolitana che apre alle cinque del mattino. Non importa, ho scelto la modalità avventura e mi piace esserci immersa fino al collo.

Sguscio fuori dal mio letto a castello, raccolgo il mio zainetto che avevo appoggiato vicino al mio letto assieme alla mia giacca così da non dimenticare nulla e sgattaiolo fuori dalla porta. Mi allaccio le scarpe velocemente infilando i lacci all’interno perché mi dà fastidio sentirli muovere mentre cammino, mi danno un’idea di disordine. Mi guardo allo specchio e nel mentre infilo una mano in tasca dove sono sicura di trovare quelle monete che mi servono per prendere il biglietto dell’autobus che mi porterà in aeroporto. Sono gli ultimi soldi della valuta locale che mi sono rimasti. In realtà, non sono nemmeno miei. Sono di Alex che la sera prima sentendomi parlare della mia partenze imminente e realizzando che nel caso non avessi avuto monete non avrei potuto comprare il biglietto e tutto ciò sarebbe stato un gran pasticcio, mi aveva riposto in mano quelle quattro monetine luccicanti senza aggiungere altro. Effettivamente se non fosse stato per lui non avrei avuto più un centesimo nella valuta locale e probabilmente mi sarei dovuta mettere a piangere per convincere l’autista dell’autobus che quella era veramente una situazione disperata e che non potevo davvero permettermi di perdere quell’aereo.

Rimango di fronte allo specchio per qualche secondo e nel mentre mi scorrono davanti tante immagini, tutti i posti che ho visto e molti volti di persone che ho incontrato. Temo di aver dimenticato qualcosa come al solito, anche se poi ho sempre tutto. Forse, temo più che altro di aver dimenticato di salutare qualcuno. Alex no. Mi ha abbracciata qualche ora prima, dopo essersi assicurato che avessi tutto ciò che mi sarebbe potuto servire per il mio viaggio. Faccio mente locale di nuovo, mi assicuro di avere tutto con me e mi incammino giù per le scale. Apro la porta e mentre mi ripeto che non è poi così freddo qui fuori, una folata di vento mi scompiglia i lunghi capelli che non sono riuscita a far entrare sotto al berretto nero che mi sono calcata in testa. Il mio autobus dovrebbe arrivare alle 4.38 ma sono uscita abbastanza in anticipo perché non voglio correre il benché minimo rischio di perderlo. Sono appena le 4.18 ma preferisco aspettare lì fuori piuttosto che mancare l’appuntamento con il mio aereo. Per strada non c’è nessuno, né una macchina, né un cane. Sotto al lampione accanto alla fermata dell’autobus invece c’è una persona in piedi. È una donna e anche lei sembra parecchio infreddolita però, al contrario di me, non se ne sta curando particolarmente. Ha la giacca aperta, non porta i guanti e nemmeno un berretto. Ha solamente una vecchia sciarpa avvolta malamente attorno al collo. Non oso chiederle se stia aspettando il mio stesso autobus ma presumo di sì. Non penso che a quest’ora della notte ne passino molti. La strada non è silenziosa sebbene non ci sia nessuno. Non saprei come definirlo ma un rumore c’è, o forse è solo nella mia testa. Vorrei chiamarlo rumore d’inverno.

Inizia a piovigginare. Questa non ci voleva. Ora fa freddo e gocciola. E non c’è l’ombra di un riparo nei paraggi. Mi prenderò senza dubbio qualcosa, penso. Mi sento un pinguino in questo momento: sono tutta racchiusa nel mio cappotto, avvolta con sciarpa, guanti e cappello. E se avessi avuto altro da mettermi attorno, l’avrei utilizzato. Tengo lo sguardo fisso sui miei piedi mentre li muovo ritmicamente per evitare che si ghiaccino. Penso sia il modo migliore per mantenere il calore. Mentre sono persa nei pensieri su come preservarmi dall’ibernazione in quei venti minuti che mi separano dal tepore che sono sicura troverò a bordo del mio autobus, mi rendo conto che la donna che mi è accanto ha mosso qualche passo in direzione della strada. Alzo lo sguardo e mi ritrovo l’autobus davanti. Meraviglioso. Dev’essere il precedente arrivato in ritardo. Salgo a bordo dopo di lei. Inserisco le monetine nell’apposita fessura che l’autista mi indica con un gesto automatico e a cui non deve oramai nemmeno più pensare. È gentile lui, come quasi tutti qui. Mi chiede dove sia diretta e annuisce in segno di approvazione quando rispondo che la mia meta è l’aeroporto. Mi prega di prendere posto finché ce n’è e riprende la sua marcia. Strappa nel frattempo quello che qui chiamano transfer e me lo porge. Solo allora realizzo che la lunghezza del bigliettino equivale alla lunghezza del giorno. Quello che tengo stretto in mano è cortissimo infatti, perché di questo giorno abbiamo vissuto solamente le prime quattro ore. Quello che mi è stato dato ieri invece, era molto lungo perché mi era stato consegnato ormai a fine servizio. L’autobus è quasi vuoto. Presumo rimarrà tale per tutto il tragitto perché normalmente le persone non si svegliano alle 4 del mattino per salire su un autobus. A me perlomeno non accade di frequente. Scelgo un posto centrale, su una panchetta che può ospitare fino a quattro persone. Il posto laterale a destra è già occupato. Accanto a me c’è una ragazza grande quattro volte me, tant’è che straripa un po’ nel mio posto. Sta leggendo qualcosa dal suo IPad con lo scotch. So che non dovrei farlo perché non è corretto ma getto un occhio allo schermo. Da quello che leggo suppongo possa essere “50 sfumature” di uno dei tre colori. Si accorge del mio gesto inopportuno e mi fulmina all’istante. Ho appena imparato che come non bisogna parlare alle persone alle 4 del mattino, tantomeno ci si deve permettere di indovinare cosa stiano leggendo.

Torno a fissare lo zainetto rosa che ho con me e che nel mentre mi sono portata sulle ginocchia per tenerlo più stretto. Non perché debba trattenere il calore come avevo cercato di fare fino a qualche istante prima, quanto piuttosto perché lì dentro c’è il mio indispensabile.

Potrei leggere anch’io adesso che ci penso. Sono le 4 del mattino, ma non ho per nulla sonno, sono estremamente sveglia, devo fare qualcosa perché guardare fuori dal finestrino è fuori discussione. Piove ed è ancora estremamente buio. Estraggo il telefono dalla tasca, mi sfilo i guanti, li ripongo nello zainetto e inizio a leggere. Prima fermata. Non alzo gli occhi dallo schermo, non penso sia necessario. Eppure, vengo distratta da un certo vociare che a quell’ora del mattino non mi sarei mai aspettata. Sono salite a bordo 4 persone. Una di queste si siede accanto a me, nell’unico posto rimasto dei quattro. È un uomo e regge in mano il suo caffè bollente che sorseggia ad intermittenza mentre è intento a fissare il vuoto che si estende oltre il finestrino che abbiamo davanti. Cosa che io mi sono ben guardata dal fare. Sento i suoi occhi addosso. Deve essere la stessa sensazione spiacevole che deve aver provato la ragazza accanto a me qualche istante prima. Per un po’ cerco di non dare peso alla cosa, ma dopo poco diventa sgradevole anche per me, così decido anch’io di usare l’arma occhiata eloquente. Funziona. Io ritorno al mio libro digitale, lui al suo vuoto. Fermata dopo fermata l’autobus inizia ad essere sempre più zeppo di persone zuppe perché nel frattempo, mentre io me ne stavo comodamente seduta all’interno, all’esterno l’intensità della pioggia deve essere aumentata. Salgono continuamente uomini e donne, più di una alla volta. È appena stato il turno di quello che penso sia un pilota e di tre hostess. Indossano tutti e quattro una divisa con lo stesso stemma e sono molto più in ordine di me. A dire la verità le hostess sembrano appena uscite dalla scatola di una bambola. Parlano tra di loro come se non fossero le 4 del mattino ma del pomeriggio. Sono le uniche persone a parlare in realtà ma nessuno sembra farci caso. Per loro non ci sono più posti disponibili così se ne stanno in piedi uno accanto all’altro, ma sembrano essere abituati alla cosa.

Al pilota cade lo sguardo su di me. Mi sorride amichevolmente e poi si infila una mano in tasca. Per un attimo penso stia per estrarre un aeroplanino per porgermelo, come in una qualche pubblicità di una qualche compagnia aerea che devo aver visto di recente. Ma no. Estrae invece, quello che mi sembra essere un pezzetto del bastoncino che normalmente si usa per mescolare il caffè di Starbucks. È solo un’estremità, chissà che fine avrà fatto l’altra. Lo utilizza come lima per le unghie. Trovo quel gesto che sta ripetendo, alquanto bizzarro e rimango a fissarlo. Lui è così, intento in quello che fa che non si accorge della mia curiosa attenzione. Di tanto in tanto si assicura che le sue unghie non graffino più. Se le porta alle labbra e le fa scorrere lentamente. Dopo numerosi tentativi sembra essere soddisfatto. Ripone lo stecchetto nella tasca della sua giacca da pilota e afferra il suo bagaglio. Deve evidentemente sapere qualcosa che io non so. Non ancora. Per esempio che sebbene l’autobus si trovi ora nel mezzo di una super strada, l’aeroporto deve essere vicino. Infatti. Eppure non è ancora la mia fermata. È quella del pilota e della maggior parte delle persone su quest’autobus. Rimango seduta. L’autista mi fa un cenno dallo specchietto sopra la sua testa come a confermarmi che non ho sbagliato. Qualche chilometro ancora. Ora sì invece devo scendere. Terminal 4. Salto giù dall’autobus e rivolgo al conducente lo stesso cenno veloce che lui aveva riservato a me.

Eccomi in aeroporto. Inizio e termine di un’avventura. Sempre. Partenza o Ritorno.

 

@AleFevy

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