Il mostriciattolo

È strano, e lo è davvero. Lo è perché era da molto, moltissimo tempo che non scrivevo qualcosa a mano (questa ne è solo la trascrizione) ma mi sta già piacendo. L’unico problema sarà che la mia mente e soprattutto i miei pensieri dovranno adattarsi ed accettare il compromesso di fluire un po’ più lentamente così che il mio braccio e le mie dita che impugnano questa penna nera possano riuscire a tenerne il ritmo. È strano anche perché è la prima volta che scrivo senza una canzone a farmi compagnia. Oggi solo il vento ed io a guardare questo foglio bianco che a poco a poco si riempie di ordinati tratti nervosi.

Ci sono delle volte in cui non staccherei più i polpastrelli dalla tastiera del mio portatile, altre invece, come da un po’ di tempo a questa parte, in cui sento di non aver nulla di cui scrivere. Forse mi sbaglio, forse è solo un’impressione, forse è solo un “vivo di più, scrivo di meno“. Tuttavia, proprio quelle impressioni che si hanno continuamente anche nel corso della giornata, raramente portano a qualcosa di buono, perlomeno per quanto mi riguarda. Il vero guaio è quando queste non riguardano cose o fatti ma persone. Sì, perché poi le impressioni instillano dubbi, insicurezze, paure, incertezze, angosce. Ma il dramma tragico, irrisolvibile, alla greca insomma, è il silenzio che vuol dire tutto e niente.
Niente” appunto, una costante quando si chiede ad una donna cosa la turbi o semplicemente cosa le passi per la testa. Ma non è mai un vero Niente. Sappiatelo! È sempre un “Niente (ma chiedimelo di nuovo cosa non va, coccolami ancora un po’)”. Lo chiamerei quasi niente-della-curiosità perché in fin dei conti è un po’ questo quello che una donna spesso cerca e di cui ha bisogno: attirare l’attenzione.
E succede sempre, guarda caso, nei momenti più strani che i pensieri più confusi attraversino le menti più contorte, tra cui la mia, sia chiaro. Però, a ben pensarci, tutto ciò non fa una piega, anzi, è estremamente sensato.
E così tra un “Niente” e un silenzio e un altro silenzio e uno sguardo distolto, si scopre pian piano anche il mio fitto mistero che si nascondeva dietro quella parolina apparentemente tanto insignificante, sussurata spesso piano, quasi controvoglia. Un sospiro, un altro, un altro ancora e prende corpo il mostriciattolo che si stava divertendo a saltellare in modo convulso nel mio stomaco di donna facendomi provare il desiderio di scomparire, altro che parlare. Ma poi, una volta uscito allo scoperto, il disagio non è solo suo, è più che altro mio, oserei dire. Sì, perché vedendolo così gracile, goffo e soprattutto minuscolo quando io me l’ero immaginata a dir poco mostruoso, è quasi umiliante.
Va bene, va bene: senza “quasi”.
E così, l’animaletto che ora mi appare quasi buffo non saltella più, se ne sta lì, fermo, impaurito nella mano di chi ha saputo scostare la tendina del mio “Niente”. E anche questa persona fissa il cosino piccolo e bruttino e non si capacita di come potesse essere questo per me un problema trascendentale e una paura insuperabile.
Ma non importa, tralasciamo, facciamo finta non ci sia stato il momento precedente, mentre sarebbe bello che il successivo durasse sempre per l’eternità.
Parlo del momento in cui il mostriciattolo zampetta via e si va a nascondere il più lontano possibile ché a vedere tutti questi umani grandi e grossi si è preso proprio un bello spavento. È lo stesso momento in cui passa il turbamento interiore perché, dopo aver sputato il rospo, che poi così grande e brutto non era, ci sentiamo come dopo una nuotata al mare, quando esci dall’acqua, i capelli appiccicati alla nuca e le goccioline salate che scivolano giù lungo la pelle dorata mentre il sole si affretta a far sentire il suo calore estivo come se si preoccupasse di un possibile imminente malanno che potremmo prendere, e in tutto ciò non siamo soli. C’è chi ha avuto la pazienza di ascoltarci, chi è rimasto ad osservare il nostro sguardo rimbalzare da una parte all’altra della stanza come a cercare riparo da occhi indiscreti. È lì, è ancora lì, così che il battito del suo cuore riesce a calmare il mio che ancora si agita tutto affannato in petto. E lo sento, eccome se lo sento. È lì, perché ora che il mio melodramma è terminato, può finalmente riprendere ad abbracciarmi e mi stringe più forte di prima, per farmi sentire al sicuro. Questo non gliel’ho detto, eppure è come se lo avesse sentito.
Non manca più nulla, si è ristabilito il delicato equilibrio che una fervida ma brutale immaginazione aveva sconvolto. Sì, la mia. Una cosa sola non c’è ancora, ma sta per arrivare: il suo mento poggiato sulla mia testa, tra i miei capelli, come le sue mani che mi accarezzano teneramente la nuca. Da qui sento il suo profumo invadermi le narici e per me è solo suo, e di nessun altro. Al massimo può essere mio, questo sì. E se qualcuno se lo stesse chiedendo, no, non servono parole, nessuna parola in più dopo che troppe sono state sprecate per tirar fuori un animaletto che poi è scomparso improvvisamente nel nulla senza lasciare traccia alcuna.

La verità è che in questi momenti a sentirsi mostriciattolo sono un po’ anch’io, per le preoccupazioni senza senso, per i pensieri senza capo né coda. E mi sento anche un po’ bambina, una di quelle con le treccine e il visino carino ma arrossato per il pianto che ha da poco cessato di farla singhiozzare, perché non sa cosa significhi “dopo” o “domani”, non sa aspettare. Una bambina impaziente anche, ma fragile e insicura allo stesso tempo. La stessa che ero insomma, ma che sono ancora, proprio quella che avrà sempre bisogno di un caldo abbraccio dove rifugiarsi quando fuori piove, i lampi squarciano il cielo, i tuoni fanno sobbalzare per lo spavento ed è buio. A pensarci bene, forse più bambina ora che allora, perché quando mi manchi mi viene da piangere e, se quando siamo assieme prego il tempo di rallentare la sua corsa, quando siamo lontani vorrei che l’affrettasse. Che poi, mi chiedo sempre chi possa aver detto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore“. Secondo me, era solo un modo per consolarsi, per trovare un piccolo conforto. Per forza, altrimenti non me lo saprei spiegare! Come potresti mai essere lontano dal mio cuore, proprio tu che vi occupi il posto d’onore?!
E te ne stai lì, mentre faccio le mie cose durante le giornate che passano lente, tu seduto mollemente su di una poltroncina di velluto rosso che non potrebbe essere che tua, rosso perché tutto deve essere coordinato nel mio cuore, a partire dai colori. E così, sei l’unico pensiero che c’è sempre e non mi abbandona mai, il più bello, a dire la verità.
Mi piace da impazzire questa cosa che non riesco a non pensarti e a non vederti in ogni dove e a non sentirti in ogni canzone che passano alla radio. Già, la radio!

Qualche volta, vorrei proprio essere uno dei milioni di segnali che vengono trasmessi e sarei un segnale ad altissima frequenza con tante oscillazioni quanti sono i battiti del mio cuore ogni volta che ti vedo. E poi, cavalcando un’onda sonora ti arriverei in cuffia, ti darei un bacio e tornerei a fare quello che stavo facendo lasciando te al tuo lavoro.
Un bacio soltanto sì, perché lascerei gli altri per dopo.

Non mi sono mai piaciute le sterili categorizzazioni, sono riduttive e soprattutto, ricondurre un sentimento, qualunque esso sia, positivo o negativo ha poca importanza, dentro una cornice, no, non si può, si sentirebbe troppo costretto il poveretto in quel perimetro quadrato e rigido. Tuttavia, mi piace pensare che le emozioni che mi pervadono ora, siano così forti da risultare palesi a chi le legge.
Lascio per questo a voi il privilegio di dar loro un nome opportuno.

Soprattutto però, sogno possano essere anche le tue.

Talvolta è proprio la delicatezza a dare concretezza.

Quello che le donne non dicono – Fiorella Mannoia

Alessandra Favaro
@AleFevy

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