“Scrivi quando arrivi”

È cominciato davvero così questa volta. Un messaggio. Il contenuto era chiaro, non c’erano fraintendimenti, non c’era nemmeno la possibilità che ci fossero, ma mi sono divertita a trovarceli. Mi veniva chiesto di avvisare quando fossi arrivata a casa, ma mi è piaciuto leggerlo come “inizia a scrivere qualsiasi cosa quando arrivi a casa”. E così, mentre ancora ero in metro, le parole iniziavano a fluirmi davanti agli occhi. Lunghi pensieri articolati che ora sarà davvero un’impresa ritrovare nei meandri nascosti della mia mente. Userò la tecnica dei loci ciceroniani: ripercorrerò il viaggio per trovare appigli e punti di riferimento.


Quando me ne sto seduta in metro, ammesso che sia riuscita a trovare posto e che il mio viaggio sia relativamente lungo e che non abbia altri tipi di pensieri per la testa, se dunque sussistono tutte queste condizioni, beh allora in quel caso, mi dedico ad un po’ di sana immaginazione. Prendo spunto da quello che mi sta intorno e poi da lì, lascio fare tutto il resto ai colori dei miei pensieri. Prima mi è capitato tutto ciò, quindi mi sono data all’osservazione minuziosa dei passeggeri in viaggio con me. Osservazione non significa passare ai raggi x e tanto meno scrutare con sguardo minaccioso, significa semplicemente guardare e immagazzinare particolari su particolari.

Porta Genova
Prima fermata da quando a bordo ci sono anch’io. Il treno si riempie poco a poco e accanto a me si posiziona una signora di una certa età (se avessi voluto dire che conoscevo la sua età avrei scritto di un’età certa, ma non è questo il caso). Si posiziona sì, perché nel sedersi sembra prendere le misure. Riesce finalmente a trovare pace sul seggiolino di plastica verde e grigia. No, pace è altro. Inizia a picchiettare nervosamente i piedi sul pavimento e poi anche le sue gambe iniziano a sobbalzare. Il suo movimento è così isterico e frenetico che nel produrlo trasmette un’irritante vibrazione anche a me che le sono accanto.

Cadorna
È qui che c’è il primo e vero scambio di ruoli. Il treno rigurgita una miriade di passeggeri tutti estremamente trafelati e ne ingurgita almeno altrettanti, anzi, senza dubbio molti di più perché ora si sta più stretti. Il posto alla mia sinistra non è più libero. Ora lo occupa un signore sulla sessantina che regge in mano una pianta, evidentemente troppo grande per essere trasportata in metropolitana o perlomeno per esserlo durante l’orario di punta. Ma lui non sembra curarsene. Abbraccia il suo pesco come fosse un nipotino da proteggere dalle orde barbariche che lo circondano. Appena arriverà a casa avrà cura di annaffiare la sua pianticella per bene, sembra molto assetata e lui continua a pensarci, sembra quasi ne soffra lui stesso. Me ne sono accorta perché accarezza le foglioline secche che penzolano inermi dai ramoscelli inerti.

Lanza
È appena salita una coppia. Di coppie se ne vedono molte ma poi ci sono quelle che ti colpiscono perché si distinguono. Magari, se vedessi i due soggetti in due punti diversi della città, l’uno senza l’altro, non ci farei troppo caso, ma così, assieme, così si notano. Sono molto giovani, più di me, quindi diciamolo pure, sono poco più che bambini. Eppure sono teneri. Certo, a modo loro. Forse la tenerezza è vista come qualcosa di maligno e riprovevole, motivo per cui giocano a calpestarsi i piedi, a darsi pizzicotti. Però ridono e ridono tanto e si stringono forte. E quindi, tutto sommato a me piacciono e riescono a strapparmi un sorriso.

Moscova
Il treno si è appena fermato e le porte tardano un attimo ad aprirsi. Per quella signora che scalpita è molto più che un dramma questo. Sembra quasi che da un momento all’altro possa scoppiare in lacrime oppure, all’opposto, trasformarsi in qualche supereroe dalla forza sovraumana. Poi ecco, puf, si aprono ma non riesce a divincolarsi dalla folla perché l’irruenza delle persone che vogliono salire sul treno la respinge a bordo. La carrozza insieme a tutte le sue sorelle è appena ripartita e la signora è ancora a bordo. Ed impreca.

Garibaldi
Se fossimo su un aereo quel ragazzo avrebbe dovuto pagare un doppio biglietto. Uno per sé e uno per Mister Cello. Sulla metro non funziona così, è più che sufficiente lo sguardo delle persone attorno al malcapitato musicista. Potrebbero addirittura scioglierlo con gli occhi che hanno. In realtà, si accontenterebbero di fulminarlo, così da ridurlo in cenere e fare semplicemente più spazio. Questo per i più arguti. Altri passeggeri invece, guardano lui e la sua custodia con un misto di curiosità e sorpresa. Sono più che convinta che molti di loro si aspettino di sentire un vagito da un momento all’altro, perché hanno in testa la scena del film “Il concerto” dove un bimbo viene nascosto nella custodia. Bene, una volta per tutte, non è un “seggiolino” e nemmeno un ovetto o una bomba nucleare, è una custodia per violoncello.

Gioia
Mi sono sempre piaciuti gli artisti di strada ma ce ne sono alcuni che per ovvi motivi apprezzo più di altri. Un po’ perché sono di parte, un po’ per innata simpatia del momento. sul mio vagone, abbiamo come ospite un suonatore di violino. Si sta lanciando in una versione alquanto improvvisata di Libertango di Astor Piazzolla. Però non mi dispiace e lo ascolto con attenzione. E il mio interesse è più o meno direttamente proporzionale al disprezzo e al fastidio che serpeggia tutt’attorno. Lo ammiro perché rimane in equilibrio e continua a suonare nonostante tutto, non curante anche degli scossoni del treno e perché, sempre nonostante tutto, sorride. E non si accovaccia nella disperazione sperando di essere soccorso, si appiglia a ciò che sa fare e continua a farlo e ci crede. So che la musica lo fa star bene e lo mantiene vivo. Lo so perché lo capisco e qui non è la mia immaginazione, è proprio una certezza.

Centrale
Scompaiono mille volti e ne ricompaiono tanti altri, tutti diversi, ma uno tra questi attira la mia attenzione. È un ragazzo, poco più grande di me, in bermuda nonostante il vento e la pioggia che oggi hanno fatto da padroni in città, rendendola più grigia del solito. E con lui ha il suo fedele amico a quattro zampe e una grande bottiglia di birra in cui non è rimasto che un ultimo sorso. La gente attorno a lui lo scruta con sospetto, non so se per il cane, la bottiglia, i capelli arruffati o i vestiti un po’ trasandati. Fatto sta che nonostante lo spazio sul vagone sia poco, attorno a lui si è creato un cerchio di vuoto. Strana la gente!

Caiazzo
Scendono un po’ di persone di fretta e tra la folla si apre un varco attraverso cui scorgo un signore. Non saprei spiegare perché ma già dalla prima occhiata mi ispira simpatia. Tiene aperto sulle gambe un grosso libro dalle pagine spesse e ingiallite ed è tutto affaccendato a scrutarlo attraverso la spessa lente di ingrandimento che regge con la mano destra. Come se ciò non bastasse indossa un doppio paio di occhiali, le cui lenti sono spesse almeno quanto un fondo di bottiglia. Nonostante tutto però, sembra fare molta fatica. In quel momento ho provato l’impulso di alzarmi e leggergli il libro che teneva in grembo come si fa con i bambini che pendono dalle labbra degli adulti che hanno dalla loro l’arte del saper leggere.

Loreto
Anche mamme con i bambini se ne vedono tante. Una cosa inusuale sono invece, i papà con i figli e proprio perché ho poche volte il privilegio di scorgere queste scene, quando mi capita sono estremamente felice di potervi prendere parte. Ci sono alcuni posti liberi ora e un giovane padre si siede con il suo piccolo, che è molto piccolo. Una madre lo avrebbe tenuto in braccio perché si sa, i mezzi pubblici sono pieni di germi, almeno questo era quello che sentivo sempre dire alla mia (credo lo dica ancora ora!), un padre no, tiene alla propria e alla virilità del piccolo. Gli lascia mettere le manine in bocca anche se ormai ha toccato ovunque e non si preoccupa se dopo avergli raccolto l’animaletto finito a terra, il bimbo decide di assaggiarlo per testarne il sapore. Però mi piace come si guardano, mi piace anche come si assomigliano. E mi piace pensare che ognuno dei due sia per l’altro la cosa più importante al mondo.

Piola
Posti liberi non ce ne sono ora ma c’è una signora che sembra davvero molto in difficoltà. Porta con sé tre grandi sporte della spesa. Le cedo il mio posto un po’ per ovvi motivi un po’ perché trovo ci siano poche cose appaganti come lo sguardo di un vecchietto riconoscente per un posto a sedere. Io mi alzo e lei si siede. Per quanto faccia vagare il mio sguardo per la carrozza, i nostri occhi continuano ad incontrarsi e a sorridersi. Mi fa molta tenerezza. È piccolina, con i capelli tutti cotonati, vestita molto bene e curatissima, ma è sola.

Lambrate
Dopo tredici fermate di metro e molti, moltissimi volti, ma pochi, pochissimi sguardi perché molti occhi erano vuoti o persi nel nulla, finalmente scendo anch’io. Mi chiedo spontaneamente se possa aver attirato io stessa l’attenzione di qualcuno come le persone che sono entrate a far parte della mia storia. Mi piace la metropolitana perché non sai mai cosa o chi aspettarti alla fermata successiva. Mi piace sì, ma ora è tempo di abbandonare il vagone di questo treno che attraversa la città. Sono a casa.
Perché casa è dove sei tu e dovunque io sia con te.

Time – Hans Zimmer

Alessandra Favaro
@AleFevy

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9 pensieri su ““Scrivi quando arrivi”

  1. Bellissimo viaggio…ho ripercorso tappe che han segnato la mia storia tempo fa…anche io solevo osservare …non so più per curiosità o per passare il tempo…molti volti mi han colpito…sguardi, situazioni…ce li portiamo dentro…anche io mi sono sempre chiesta…chissà che penseranno di me gli altri viaggiatori…spero di aver saputo comunicare un pò di serenità in questo mondo di vivace frenesia…

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