Mani nel vento

Ecco sì, lì le piaceva proprio. Chiunque altro avrebbe potuto dire innocentemente che quel metro quadro di prato era identico a tutto il resto del verde appezzamento, ma lei ci aveva visto qualcosa di particolare. Così si accomodò mollemente senza curarsi di quanto si fosse ormai allontanata dal sentiero che l’aveva condotta attraverso la zona boscosa e sempre più lontana dal piccolo paesino di montagna dove era solita passare le monotone giornate estive. Incrociò le gambe e si distese all’indietro reggendosi con le braccia puntate obliquamente a terra quasi si sentisse una tela da dipingere, perfettamente tesa su di un cavalletto. Nessun pittore però, in quel momento desiderava solamente essere lo specchio del cielo terso che si estendeva a perdita d’occhio sopra di lei. Poteva fissare il sole in modo impudente e altezzoso con una certa impertinenza e spocchia, la stessa che la contraddistingueva o per meglio dire, per la quale amava farsi riconoscere. Indossava infatti, quel bel paio di occhiali che amava, non in se stessi ovviamente, ma per il loro significato, per i ricordi che su di essi si erano stratificati, per tutte le cose che attraverso di loro aveva potuto ammirare e per le avventure che con loro aveva vissuto. Socchiuse comunque gli occhi, per potersi abbandonare e sollevarsi così dal suolo dove poggiava. Rivolse il viso verso l’alto, reclinando il capo all’indietro. I suoi capelli erano attraversati dal flebile alito di vento che soffiava come ad accarezzarla, come a sostituire quelle carezze fra i capelli di un tempo. Il vento era l’unico a cui fosse concesso tenerle compagnia in quei momenti di abbandono, questo perché è un ascoltatore discreto e silenzioso, la cui presenza però, allontana la solitudine e fa quindi la differenza. Non pensava a nulla in particolare, cercava solo l’estraneazione più pura dal mondo e così si immaginava prima nuvola, poi ciuffo d’erba, poi fronda di un albero, poi sole caldo, poi fiore profumato.

Allargò lentamente le braccia facendole scorrere sull’erba verde ancora bagnata della rugiada della notta e si distese, disincrociando anche le gambe. Rimase immobile per lunghi istanti, solo il suo ventre di tanto in tanto era animato da lievi onde, le stesse che sollevavano il suo diaframma per permetterle di respirare.

Le piacevano tutte le sensazioni che stava vivendo, dal sole timido che le intiepidiva la pelle, alla rugiada che le aveva inumidito i lunghi capelli, dalle sue dite tra i fili d’erba color smeraldo, al senso di smarrimento e disequilibrio dato dall’aver chiuso gli occhi e dall’essere distesa.

Non avrebbe voluto pensare eppure si rese conto che involontariamente lo stava comunque facendo. Le tornò alla mente quella bimba così tenera che qualche giorno fa aveva incontrato in un parco della sua città. Aveva visto accendersi i suoi occhietti nocciola, spalancarsi la sua bocca in un enorme sorriso. Era impossibile immaginare cosa fosse passato per la testa di quella che un giorno sarebbe senza dubbio stata una donna meravigliosa, ma il fatto era che tra le due l’empatia era stata immediata. Aveva provato un attimo di smarrimento, quello stesso che un adulto sottoposto alle pressioni che lei viveva quotidianamente non avrebbe mai pensato di poter sperimentare, quando la piccina le si era avvicinata per salutarla.
Ti farei un disegno…” aveva detto e poi, incorniciandole il viso con le sue manine calde aveva aggiunto “…ma sei troppo complicata!”.
Quelle parole le erano rimaste in testa e lì continuavano a navigare come bottiglie lanciate nell’oceano senza una meta contenenti un messaggio di speranza. Quella bimba ci aveva visto giusto, troppo giusto, aveva colto l’essenza della donna per la quale i suoi occhi si erano accesi, la stessa donna che un giorno lei avrebbe voluto essere. In cuor suo però, un cuore di piccina, sperava che non sarebbe stata così complicata da non poter essere disegnata perché ad un disegno è sempre difficile rinunciare, sia che lo si faccia, sia che ci venga fatto, sia che a farlo sia un artista, sia che si parli di una persona qualunque. Mettere su carta con dei colori le sensazioni che si provano vedendo una persona è quasi meglio della scrittura. Senza quasi.

C’ero anch’io quando è successo tutto questo e stavo osservando questa scena magnifica da dentro di me. Credetemi: non avrei potuto chiedere una prospettiva migliore!

E mentre pensava a quegli occhietti che si erano come piantati dentro ai suoi mentre le venivano rivelate con così tanta naturalezza quelle poche parole che l’avevano a dir poco turbata, sorrise lievemente, ma era uno di quei sorrisi che si vede anche negli occhi, perché quel pensiero la faceva star bene. L’ultima cosa che elaborò prima di addormentarsi come una bimba era che avrebbe voluto i ruoli fossero invertiti in quella bizzarra situazione: lei grande la piccola e la piccina la donna matura a cui era corsa incontro. Aveva amato la sua spontaneità e la sua innocenza e si rammaricava di non aver saputo averne in dose simile quando si era trovata lei stessa in quelle vesti così rosa e candide, in un tempo ormai lontano.

Nuvole Bianche – Ludovico Einaudi

Alessandra Favaro
@AleFevy

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Un pensiero su “Mani nel vento

  1. Già, per noi sono bambini in tutto il loro essere, piccoli cioè. In realtà hanno un intelletto profondo e maturo, ma totalmente libero e scevro da ogni imposizione o convenzione. Accorgersi di ciò indica profonda sensibilità.

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