Questione di prospettiva

 

Questione di prospettiva, tutto qui, è così semplice e allo stesso tempo così incomprensibile perché nella mia testa ci sono io e non ci sei tu e allo stesso modo nella tua non ci sono io ma ci sei solo tu. Ed è per questo che spesso se pronuncio un semplice “No” temo che tu stia lì a scervellarti su cosa mai potessi voler aver detto con quelle due lettere appiccicate e strette vicine vicine l’una all’altra. E più sono vicine e strette strette più hai paura. Più ti senti mancare il fiato, aumentare il battito cardiaco, arrossire il volto, sudare le mani e non solo. È l’interpretazione che chiede permesso perché si sta facendo strada nella tua testa, cerca di aprirsi un varco, cosa che magari tu non vorresti nemmeno facesse perché poi sai benissimo come va a finire.

L’interpretazione prende il sopravvento, tu inizi ad elaborare teorie metafisiche tutte così no-centriche e non se ne viene più a capo. E così da un banale “no” iniziano pensieri astrusi e alambicchi mentali a cui davvero non sai come porre fine. Ma un modo c’è ed è sempre il solito ed è così semplice anch’esso: il non-silenzio! Sì esatto, mettendo fine al silenzio in cui ti sei chiuso per interpretare quel famoso “No” dai significati così misteriosamente inconoscibili potresti dare inizio ad una strada sensata. Non che quella dell’interpretazione non goda anch’essa di un senso intimo, ma quella che si aprirebbe con la comunicazione almeno avrebbe delle basi reali, e non solo pregiudizi e sensi di colpa! Perché in fondo se non chiedi e se non cerchi la forza per porre anche quegli interrogativi di cui magari non vorresti nemmeno sapere la vera risposta, va a finire che tu rimani con i tuoi dubbi, un po’ veri, un po’ finti, ma alla fine completamente finti perché frutto soltanto della tua immaginazione a cui ovviamente l’amica Interpretazione ha dato un contributo non da poco!

E soprattutto, se insegnassero agli uomini che un “No” non è la fine del mondo ma anzi l’inizio della libertà, molte cose cambierebbero. Forse non tutte in bene, qualcosa anche in male, ma il mutamento è positivo, non mi piacciono le cose statiche, non ci sono stimoli, è tutto piatto, monotono, noioso.

La questione diventa spinosa quando quel “no” è fonte di lacrime, pianti che non hanno fine, sensi di colpa che si radicano nel nostro io più intimo senza darci la possibilità di sradicarli perché tutto sommato siamo noi stessi a non volerli sradicare perché fanno parte di noi e ormai abbiamo imparato a conviverci.

La faccenda si fa ancora più seria se è una donna a pronunciare queste famose due lettere che sono l’una accanto all’altra anche nell’alfabeto, che strana casualità! Per il “sì” non è così, la prima lettera è quasi alla fine, la seconda a metà circa. La strada per incontrarsi è molto più lunga, ci sono molte più lettere da scavalcare per raggiungersi e potersi abbracciare. Ed ecco spiegato un po’ in modo infantile e trasognante perché un ombroso e burbero “No” è molto più semplice di un luminoso e gioioso “Sì”. E così anche il rifiuto è più semplice dell’accettazione, chiudersi in se stessi più immediato rispetto all’aprirsi a nuove prospettive e agli altri. Ma questo è ciò che fa un uomo spontaneamente, quando sente quelle due letterine le classifica subito come brutte, fastidiose, moleste quasi stessero ronzando attorno al suo orecchio e gli stessero rovinando la giornata. Vorrebbe scacciarle o schiacciarle ma non ci riesce, non può raggiungerle con la mano perché è chiuso in se stesso. L’unico modo che ha per porre fine a questo tormento è uscire, fare una piccola riflessione, non troppo estesa altrimenti la nostra signora Interpretazione si sentirà autorizzata a mettere il naso e a dire la propria in un contesto in cui non è ben accetta.

Belli i momenti metafisici, ma migliori senza ombra di dubbi quelli di confronto fisico. Così l’uomo arriva a capire che da solo non può allontanare il “No” che gli rovina le giornate, la vita, l’esistenza; capisce che ha bisogno di aiuto, di un amico, di una mano amica prima di tutto per scacciare brutti pensieri e brutte parole. Gli ci vorrà un po’ ma poi finalmente capirà che quella parola dai tratti un po’ squadrati e un po’ tondi, per questo la definirei graficamente ossimorica, gli ha aperto gli occhi e gli sta permettendo di vivere una nuova vita più piena, diversa dalla precedente, non può ancora dire se migliore o peggiore, ma è felice perché ora può assaporare di nuovo la dolcezza e l’amarezza della vita, non ha più un’esistenza insipida. È riuscito a liberarsi dalla finta trappola del “No” ed è passato dal vederlo come un nemico a provare un senso di gratitudine nei suoi confronti. Senza di lui si starebbe ancora piangendo addosso e probabilmente alla lunga avrebbe corso il grave di rischio di annegare nel proprio stesso pianto finendo poi per accusare il povero “No” di qualcosa di cui lui in realtà non aveva assolutamente colpa. Perché se ci pensiamo un attimo alla fine queste due lettere sono state lanciate su di una freccia verso il malcapitato uomo, ma loro di per sé non avevano nessun obiettivo in particolare, facevano solo il proprio lavoro un po’ svogliatamente, trasportavano un messaggio, quale che fosse non se ne curavano troppo!

E quindi ancora una volta la colpa ricade invece sulla spocchiosetta signorina Interpretazione che non riesce a rimanere al proprio posto e di lavoro instilla il dubbio alle persone anche nelle questioni che di per sé non si esporrebbero a tutto questo!

The Mission / How Great Thou Art – ThePianoGuys

Alessandra Favaro
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