La platea orchestrante

Ieri sera ero ad un concerto e una marea di pensieri ad un certo punto hanno iniziato a sovraffollarsi nella mia mente. Pensavo al periodo che sto passando e mi ponevo tanti, tantissimi interrogativi. E poi un desiderio ha preso il sopravvento sugli altri: in quel momento avrei tanto voluto scrivere, vedere le mie dita veloci picchiettare sulla tastiera del computer quasi come se anche io stessi suonando una mia musica speciale, la musica della mia vita. Mi sarebbe piaciuto scrivere in quel preciso istante ma non mi era possibile quindi scrivo ora cercando di riportare alla mente le medesime emozioni anche se non sarà la stessa cosa. Mi viene in aiuto l’ascoltare gli stessi brani di ieri sera interpretati dallo stesso autore. Ecco, va già meglio, mi sto per risiedere su quella poltroncina in quell’aula magna non troppo capiente ma ieri sera stranamente sovraffollata. Una popolazione di ascoltatori mi circonda, piuttosto eterogenea devo dire anche se per la maggior parte sono vecchi appassionati o forse sono stati anch’essi musicisti un tempo. Mi piace molto, una volta seduta, prendere tra le mani il programma e soffermarmi su ogni singola parola, dal nome del compositore ai numeri e alle lettere che contraddistinguono il brano che si sta per ascoltare, quando non c’è un vero e porprio titolo. E lì immagino a come sarà, semplicemente leggendo. Mi piace molto costruirmi una pre-trama prima di ascoltare il pezzo. È come quando si legge un libro prima di vedere un film; lo spazio lasciato all’immaginazione è indubbiamente più ampio ed essa si sente autorizzata a vagare libera e a fare miriade di voli pindarici dipingendo meravigliosi scenari incredibilmente realistici perché poi alla fine finisco per immedesimarmici. Mi piace anche guardare le persone attorno a me. La maggior parte sono signori e signore molto distinti, eccessivamente imbellettati per una serata in semplice aula magna. Ma d’altronde a molti di loro non importa cosa ascoltano, importa essere lì ed essere estremamente imbellettati. Si sa, poi trovano vecchie conoscenze o persone che credono di conoscere anche se ne hanno a malapena sentito parlare e quindi non possono permettersi assolutamente di sfigurare. Accanto a me ieri sera in particolare c’era una signora molto graziosa. A lei tutto quello sfarzo stava bene, mi ricordava molto una regina in decadenza. Eppure per nulla austera, alla mano, cordiale. Con lei il marito, un signore altrettanto distinto e cieco. Non ho potuto fare a meno di notare l’amore in ogni suo gesto, sguardo, sorriso, tocco. Lo aveva amato immensamente e forse ora più che mai il suo Federico. Mi stupisco poi ogni volta di una cosa in particolare: fondamentalmente potrei permettermi di dividere la platea in due tipologie di persone ben distinte. Ci sono quelle che fingono di sapere qualsiasi cosa, vogliono dare a vedere la loro onniscienza presunta in qualsiasi modo possibile e poi alla fine si convincono che il migliore sia quello di sedersi con le gambe incrociate, appoggiare il cappotto accuratamente piegato sulle ginocchia, prendere il programma tra le mani, darci una veloce occhiata disinteressata e annuire compiaciuti per poi prendersi la briga di spegnere il telefono (almeno loro hanno questa accortezza!). E poi, ci sono quelli che non hanno paura di far capire che non ne sanno poi così tanto sull’argomento e che in realtà se sono lì è anche per farsi una cultura come si suol dire. Ecco, io mi permetterei di catalogare la gentile signora in quest’ultimo gruppo.

Ad un tratto toccandomi delicatamente e rivolgendomi un gentile sorriso mi chiese se conoscessi il nostro artista della serata. Risposi con semplicità, perché meritava solo molto affetto e mi ispirava una compassione fuori dal comune. Avevo avuto modo di intervistare il pianista e l’impressione di sentirlo suonare anche attraverso le parole si era impadronita di me, tanta era l’emotività che traspirava dalla sua persona. Altro sorriso ricambiato. Molto spesso quello che le persone non capiscono è proprio questo: i sorrisi sono più appaganti delle parole e soprattutto riempiono i vuoti, anche quelli all’apparenza più incolmabili. Ammetto che durante il concerto la signora in questione è stata un po’ il mio focus, diciamo che era coreografica rispetto alla musica. Mi piace molto il fatto che spesso durante uno spettacolo la platea si senta così trasportata da un particolare passo da sentirsi altresì autorizzata a partecipare musicalmente parlando, quasi fosse l’orchestra che accompagna il solista. E allora ecco che c’è chi batte la mano, chi modula un suono con le labbra, chi muove il capo a tempo, chi fa sobbalzare nervosamente le ginocchia, chi strizza gli occhi, e molto di più. E così la signora, prima ciondolando allegramente la testa e poi accompagnando l’appassionato muovendo a tempo la sua vecchia mano rugosa ma non stanca. Questo gesto ha attirato la mia attenzione (e non solo!) perché sonoro. Portava grossi anelli alle dita e ogni picchiettio sul bracciolo della poltrona era corredato da un per me piacevole tintinnio di anelli. Ho come avuto l’impressione però, che a molti spettatori ciò non piacesse particolarmente. In molti non si sono fatti troppi scrupoli a girarsi e a gettare occhiatacce. Ma la signora in quel momento sembrava affetta dalla stessa malattia del marito, sembrava non curarsi di loro, non vederli; la musica ne era padrona e la pervadeva senza lasciare altro spazio alla realtà circostante. Mi piaceva anche il suo sussultare e il suo emozionarsi in modo evidente, senza paura di essere giudicata, come una bambina quando le viene fatta una sorpresa. Io vivevo le mie emozioni in estremo contrasto tra loro e accanto a me lei sembrava vivere le medesime. Di norma non sobbalzo, lo fa il mio cuore per me, e ieri sera lo faceva anche la mia vicina. Di norma non singhiozzo, stringo gli occhi e sento le lacrime che premono contro la palpebra perché vorrebbero uscire e solcarmi le guance; ieri sera avevo chi lo faceva per me. Mi piace riconoscermi in qualcuno, mi piace pensare che non sono strana a provare emozioni e a volerle vivere. La condivisione poi, è altra cosa. Sono sicura che la signora non ha mai pensato “questa sera condivido le mie emozioni e per questo le accentuo” perché era così naturale e spontanea che nessuna finzione si poteva scorgere nei suoi comportamenti.

Si accendono le luci, sento un sacco di mani applaudire a tempo, molto di più che durante il concerto, ma lei è impegnata a sistemare il proprio viso che porta i segni delle emozioni che ha potuto vivere nella prima ora di musica. Torna a rivolgermi la parola. Ecco sì, questo tipo di spettatori sentono il bisogno di condividere i loro pareri e soprattutto di scoprire che questi ultimi vengono condivisi anche dagli ascoltatori che sono lì, accanto a loro. L’ascolto attentamente perché è di quello che ha bisogno, una persona che le presti attenzione, che non le si neghi per la troppa spocchia o presunta onniscienza.

“Nonostante la sua giovane età sembra avere una consapevolezza questo ragazzo, sembra aver conosciuto di persona i compositori di cui interpreta i brani, non trova signorina?”. Non posso che condividere, non per semplice cortesia, ma perché un sentimento più forte è il mio padrone ora e torno a sorriderle: “I geni non hanno bisogno di conoscere, sanno già e piuttosto direi che si fanno conoscere”. Annuisce compiaciuta di aver trovato un valido ascoltatore per le sue parole e i suoi pensieri e rivolge qualche espressione gentile al marito che durante la prima parte del concerto ho avuto l’impressione si fosse addormentato. O sono io eccessivamente silenziosa nel respirare o lui stava veramente russando e dunque dormendo. L’ultima parte dell’evento è dedicata a Schumann, autore che la signora mi ha confessato di amare perché anche suo figlio lo suonava. Incredibile come le persone quando riconoscono anche solo inconsciamente una particolare compatibilità, un’affinità elettiva, una chimica dei sentimenti, si sentano spinte a lasciarsi andare a confidenze cosa che in altre circostanze non farebbero. Se mi avesse incontrato in metro, un sabato pomeriggio, quando le carrozze sono estremamente sovraffollate, le contingenze della situazione probabilmente avrebbero fatto sì che non mi rivolgesse nemmeno la parola. Mi piace il caso, perché sa stupire proprio quando non ce lo si aspetta. Anch’io ieri sera avevo bisogno di quelle piccole cose: poche parole, qualche sorriso, qualche cenno col capo, tanta musica.

Mi piacciono i concerti e ci vado per due motivi diversi che sembrano in contrasto ma non lo sono: per pensare e per trovare pace. E infatti solo pensando trovo la pace, interrogandomi metto ordine nella mia testa e anche se non vengo a capo di una soluzione, mi piace comunque. È come se sentissi ogni singola nota come uno zampillo all’interno della mia mente. Oserei dire che vivo ciascuna nota, non me ne lascio sfuggire nessuna, perché tutte sembrano fondamentali in quel momento, e lo sono, altrimenti il brano non sarebbe lo stesso ma un altro. Lo si dice sempre: sono solo sette ma con esse si potrebbe colorare un universo intero in modo davvero vario e differente. Un’altra cosa che mi piace fare mentre sono seduta su una poltroncina in un auditorium è immaginarmi al posto del musicista, perché un conto è ascoltare, un altro fare musica. Immaginare i tasti del piano che scorrono sotto i miei polpastrelli oppure le corde del violino che vibrano lasciandomi un piccolo solco di cui vado fiera. So cosa si prova ma ogni brano è unico, ogni volta è speciale e ogni palco ha la sua atmosfera.

Il concerto si conclude e di nuovo il pubblico prorompe in uno scrosciare di applausi che mi riempie la testa e fa sì che sul mio viso si disegni un sorriso spontaneo e compiaciuto per tutta quella gente, per chi sa cosa ha ascoltato, per chi ha apprezzato, per chi applaude perché sa che poi si potrà alzare e tornare a casa, per chi si alza in piedi per dare a vedere ulteriormente il proprio compiacimento, per chi applaude se stesso per essersi trascinato fino a lì ed essersi riuscito a concedere un attimo di tregua dal mondo frenetico che si impossessa della sua vita ogni giorno, ad ogni ora del giorno. Perché è proprio così, la musica ferma il tempo e accelera i flussi emotivi. Lo sapete tutti anche se in pochi lo ammettiamo perché sarebbe oltraggioso dichiarare di aver scoperto il rimedio a molti mali. Però va anche detto che qui, come in moltissimi altri ambiti, perché la musica si riveli la panacea delle irrequietudini del mondo, bisogna crederci e sapervici abbandonare senza ritegno, senza paura, senza esitazione. Nell’intervista a Luca Buratto, il pianista che mi ha dato modo di far sgorgare libero questo flusso di pensieri, mi ero permessa di chiedergli cosa fosse per lui la musica: “una calligrafia personale” è stata la risposta. Come non condividere?!

Come il nostro modo di scrivere rende la nostra personalità esplicita con le relative luci ed ombre, così il nostro modo di suonare o anche solo di vivere la musica. Ma non serve essere un musicista per emozionarsi, tal volta l’ignoranza nel senso di non conoscenza ha il vantaggio dello stupore che può ancora trovare spazio ed espressione!

Bring Him Home – ThePianoGuys

Alessandra Favaro
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